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Armi nel portafoglio? Questione di sfumature

Andrea Camporese
19 marzo 2026
TEMI MEFOP
  • Gestione del rischio
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  • Casse di previdenza

Il sasso è stato lanciato qualche mese fa da Morningstar, ma per gli esperti di settore non è stata una sorpresa. I fondi Esg hanno imparato ad amare le armi? Il quadro regolamentare è chiaro? I provider hanno strumenti efficaci per segnalare errori o abusi? Domande pesanti quando in ballo c’è il rischio reputazionale di una Cassa o un Fondo pensione complementare. Situazione altrettanto complessa quando si voglia, come alcuni enti hanno scelto, limitare l’esposizione del portafoglio ai produttori di armi ma non alle industrie del settore difesa. Molte aziende producono tecnologie e componenti  civili e militari (elettronica, software, aerospazio), e nei bilanci il fatturato militare non è sempre separato da quello civile in modo chiaro.​ Alcuni fornitori di dati ESG classificano in modo diverso la stessa società: per alcuni è “difesa”, per altri solo “industria” o “tecnologia”, generando risultati non omogenei sulla presenza di armi nei portafogli.

Ma andiamo con ordine. Ci sono alcuni dati certi. Il primo: l’esposizione di fondi azionari europei ESG ai settori aerospaziale e difesa è aumentata in tre anni di 2,7 volte. Secondo: la Commissione Europea e l’ESMA hanno dato il via libera agli investimenti nel settore difesa dei fondi ESG, a patto che rispettino alcuni requisiti. Terzo: gli asset manager non concordano sul perimetro di applicazione delle restrizioni creando un contesto a macchia di leopardo.

In Italia la legge 220 del 2021 ha recepito le convenzioni di Oslo e di Ottawa sulle mine antiuomo e sulle bombe a grappolo vietandole per tutti gli intermediari, ma questi ultimi lamentano incompletezza di informazioni e quindi difficoltà ad avere la certezza assoluta di non imbattersi in soggetti “grigi”.

Swiss Susteinable Finance ci chiarisce in modo preoccupante la questione. Nessuna delle convenzioni internazionali, pur vietando metodi di guerra che causano lesioni o sofferenze inutili, affronta esplicitamente il finanziamento dello sviluppo, della fabbricazione o dell’acquisizione di tali armi.

Le leggi emanate da singoli Paesi hanno portata molto diversa. In un mondo finanziario sostanzialmente integrato e aperto la confusione diventa enorme. Chi vieta solo il finanziamento di società coinvolte in armi controverse, chi consente l’investimento in fondi indicizzati nonché il finanziamento di progetti chiaramente definiti, chi esclude solo gli investimenti di denaro pubblico.

Un altro concetto non chiaro è quello di ”arma controversa”. Non esiste uno standard internazionale, anche se molti Paesi concordano sull’evitare danni sproporzionati e duraturi nel lungo periodo. Si può dire che le armi controverse più frequentemente indicate dagli investitori “responsabili” sono le munizioni a grappolo, le mine antiuomo, le armi biologiche e chimiche, le armi nucleari prodotte per Paesi che non hanno firmato il trattato di non proliferazione.

In questo quadro giuridico diventa evidente che il singolo soggetto istituzionale non possa che affidarsi a provider di settore alla ricerca di un “setaccio” quanto più aderente alle linee guida varate dal consiglio di amministrazione dell’Ente.

Ma in quale ambito operano gli specialisti della sostenibilità? Esistono liste pubbliche di esclusione in alcuni Stati, ma sul loro costante aggiornamento molti nutrono dubbi. Esistono grandi fondi internazionali che riescono a creare data base importanti e preziosi, pur sempre limitati. Esistono software sempre più sofisticati e veloci (vedi IA e suoi sviluppi) che sondano miniere di dati alla ricerca delle eccezioni. Molti soggetti istituzionali stanno pensando o hanno deciso di dotarsi di due società esterne di analisi del contesto ESG. Il confronto tra due lavori nettamente distinti potrebbe sorprendere, viste le premesse da cui siamo partiti. Allo stesso modo essere in grado di rilevare opinioni opposte sullo stesso titolo, magari da parte di soggetti istituzionali o grandi operatori finanziari, può costituire un campanello di allarme da non sottovalutare.

In ultima analisi le opinioni, in un campo notevolmente “aperto”, contano eccome. La tecnologia aiuta molto, la certezza di escludere chi si vuole non esiste. Di certo non siamo all’anno zero, ma molta strada può ancora essere fatta nella definizione degli standard internazionali.

 

Andrea Camporese

Laureato in filosofia, già presidente Inpgi, dell’Associazione degli Enti Professionali privati e Privatizzati (Adepp) e della Associazione europea degli Enti Previdenziali dei Professionisti. Giornalista professionista Rai per oltre 20 anni, svolge attività di ricerca nel settore del welfare, della previdenza e della tecnologia applicata. Dal 2017 ha collaborato con grandi operatori privati nel delineare progetti sull’economia reale ad impatto sociale.